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  • 3 ottobre
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quei "no" che possono salvare l'Unione

Scritto da Antonella Pepe.

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dal blog di Antonella Pepe su LIberopensiero 

Gli eventi del 2008 e la crisi che ha sconvolto l’economia mondiale hanno rappresentato per tutto il vecchio continente uno scossone senza precedenti, sia sul piano economico e sociale che nel dibattito politico-culturale. Da patria dell’equilibrio tra Stato e Mercato, l’Europa diventa il terreno di battaglia sul quale democrazia, diritti e solidarietà cadono sotto i colpi dei vincoli di bilancio, dell’austerità, della precarizzazione del lavoro. 

A differenza degli Stati Uniti, l’Unione Europea non è uno Stato federale ma ha una moneta unica. E’ un’anomalia che rende difficile intervenire nel momento in cui si manifestano crisi economico-finanziarie tra gli Stati membri in quanto i meccanismi di trasferimento di risorse tra Stati in difficoltà e Stati con indici finanziari positivi non sono automatici, ma devono prima passare da decisioni politiche assunte in sede intergovernativa, vale a dire dal Consiglio dell’Unione europea all'interno del quale siedono capi di stato e di governo. Ed infatti, gli strumenti adottati per far fronte alla crisi finanziaria ed economica sono stati legati ad un meccanismo di “urgenza” che ha determinato la loro negoziazione e discussione in sede intergovernativa (abitudine tuttora diffusa, come dimostrano i vertici bilaterali). Esempio lampante è l'approvazione del Fiscal Compact: si tratta di un vero e proprio trattato "parallelo" stretto al di fuori del diritto dell'Unione e delle modalità previste dal trattato di Lisbona. Con il Fiscal compact un’ideologia economica diventa legge. Il nuovo Trattato impone, come noto, due regole fondamentali: da un lato, il conseguimento del pareggio di bilancio, dall'altro, la previsione di un percorso di riduzione del debito pubblico rispetto al PIL. Le misure a tal fine adottate riguarderanno in particolare: l’introduzione del pareggio di bilancio come vincolo all'interno degli ordinamenti nazionali; l’avvio di drastiche misure di abbattimento del debito pubblico; il ricorso a “riforme strutturali” sul piano sociale. Benché se ne dica, quindi, il processo decisionale che si è sviluppato nel periodo della crisi ha visto una sorta di emarginazione delle istituzioni sovranazionali. Il perimetro decisionale, infatti, è stato strettamente controllato dal Consiglio europeo e in particolare dai capi di governo, gli stessi che nei discorsi pubblici nei propri Paesi scaricavano le responsabilità di scelte difficili sull'Europa.

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Se avessimo rispettato il mandato di Ventotene

Scritto da Paola Maiurino.

Curioso è il paradosso che lega l’esito del referendum greco sul progetto di accordo presentato nell’Eurogruppo ad una riflessione complessiva sui destini dell’Europa. Come non smette di ricordarci Romano Prodi, insieme ad altri analisti ed opinionisti, non saranno di certo il voto di oggi o le appassionanti filippiche del leader greco a fermare la trattativa e a riscrivere fattivamente le coordinate della rinascita del progetto europeo. D’altronde così decisero democraticamente i popoli, bocciando alle ultime europee le proposte di Tsipras e premiando l’attuale conduzione a trazione tedesca. Tuttavia, il dibattito che si sta ampliando intorno alla questione specifica nasconde ghiotte opportunità, a patto di riportare il tutto al di là di una dimensione puramente dialettica, che polarizza le visioni cercandole di ingabbiare in due opposti e impermeabili schieramenti. Entrambe le opinioni si reggono su una struttura estremamente fragile dal punto di vista argomentativo. La prima inneggia alla rinascita del ruolo del popolo sovrano, finalmente valorizzato e considerato dalle coraggiose (in)decisioni del generale tsipriota. La seconda oppone a questa costruzione l’idea per cui esiste un ordine consolidato e interessi prioritari nei confronti dei quali non è permesso il continuo ricorso a deroghe e slittamenti. A farne le spese, per il presente e per il futuro, i 12 milioni di greci, vittime di una conduzione governativa sciagurata e dei vincoli stringenti che, in un’Europa a molteplici velocità, continueranno a riguardare solo le aree più povere della nostra Comunità. E’ chiaro e lampante che l’esito del referendum non sarà elemento determinante, vuoi per le pressioni della comunità internazionale, vuoi per gli stessi interessi che sorreggono le economie dei paesi europei, incapaci di prevedere concretamente tutti gli effetti di una eventuale strategia escludente nei confronti della Grecia. Tutto questo rende, nei fatti concreti, la chiamata alle urne una questione che riguarda solo ed esclusivamente la permanenza e il futuro del premier. Un fatto poco rilevante. Rilevanza, invece, rischia di averla questa recente costruzione ideale secondo cui solo il popolo sovrano , senza mediazioni e deleghe, potrà rendersi protagonista della rinascita o della scomparsa del progetto europeista. Una posizione, quest’ultima, che in maniera bizzarra mette insieme una folta rappresentanza forzista ( dimenticando di aver contribuito alla nomina di Junker e ignorando le posizioni dei cugini popolari tedeschi ), grillini ( provassero a chiedere consiglio all’alleato Farage ) e l’universo composito di una sinistra alle prese con la ricerca di nuove identità e nuovi appigli. Chiedo loro un piccolo sforzo: immaginate cosa potrebbe accadere se tutti i popoli fossero chiamati a decidere direttamente delle sorti dell’Unione Europea. Sarebbe il trionfo dei particolarismi. Le capacita' della politica si misurano attraverso il riconoscimento di un vero ruolo d'indirizzo. Quando la politica è debole, la storia europea insegna che il ricorso, senza giusti condizionamenti, alla decisione diretta del popolo non è sempre la scelta migliore. La Francia boccio' il progetto di Costituzione europea nel nome degli interessi particolari, frenando quel processo evolutivo d’integrazione che avrebbe permesso d’imboccare la giusta direzione. Forse le strade della storia, in presenza di determinati contesti, non sempre devono coincidere con quelle della volontà popolare diretta, unica espressione di legittima sovranità. Molte volte la storia ha bisogno di elite illuminate, che riescano a sorreggere sulle proprie spalle il peso della responsabilità di scelte epocali e travolgenti. Veltroni, nell’editoriale pubblicato oggi su L’Unità, si chiedeva “cosa sarebbe successo se Roosvelt avesse promosso un referendum per chiedere ai cittadini americani se volevano andare a morire, loro o i loro figli, per tirare fuori dai guai i tedeschi che avevano votato Hitler o gli italiani che avevano applaudito Mussolini”. Un paradosso, questo, che mette in luce le esigenze ed evidenzia le gravi mancanze che separano l’attuale condizione dal raggiungimento di una soluzione alla crisi politica che ci riguarda. Tuttavia le regole che l’attuale sistema impone, un po’ come quelle rappresentate dalle richieste dell’Eurogruppo nei confronti del governo greco , sono prive di qualsiasi legittimazione democratica, frutto di scelte e schemi che privilegiano il metodo intergovernativo rispetto a quello comunitario. Un po’ come arrendersi davanti ad un’immaginaria evidenza tragica: il popolo europeo non esiste se non come insieme di particolarismi in precario equilibrio. Non è di certo questa la casa dei riformisti immaginata nell’immensa impresa intellettuale del “Manifesto di Ventotene”. Se il Partito Socialista Europeo, da subito, non si assume l’impegno di raccontare l’alternativa, rischierà di soccombere sotto le macerie dei suoi fallimenti spagnoli e inglesi, della sua subalternità culturale e politica in Francia e Germania. Spero che i governi che oggi compongono, in base al loro peso specifico, la cabina di regia possano finalmente avvertire la necessità di nuovi assetti, di una vera Costituzione e di una guida politica riconosciuta e legittimata, ricucendo tra loro i lembi separati di una vecchia e coraggiosa costruzione federalista europea con una realtà, ad oggi, profondamente inadeguata. La politica fa questo, Il resto è solo speculazione. Il Partito Democratico italiano, proprio in virtù di quel consenso ottenuto alle ultime elezioni europee che il premier Renzi ama spesso ricordare, può e deve giocarsi una partita importantissima, fare qualcosina in più; e con lui quel Mezzogiorno, al tempo ‘Magna Grecia’, che da molti analisti viene definito, quasi ad ironica dimostrazione dell’evidente ragionevolezza della visione ciclica della storia, “la Grecia italiana”. Non è ancora troppo tardi e dopotutto anche Einstein amava ricordare: “E' nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”. Facciamo di questa crisi un’opportunità e alla fine ci ritroveremo, per l’ennesima volta, a dover ringraziare l’inconsapevole grandezza del popolo greco. Buona fortuna ai giovani europei di oggi e di domani!

 

Giovanni Sposito Vicesegretario GD Campania Direzione PD Campania

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